Giorgio Gaber

Giorgio Gaber, pseudonimo di Giorgio Gaberščik (25 gennaio 1939 – 1 gennaio 2003), conosciuto come il Signor G, è stato un cantautore, commediografo, attore, cabarettista, chitarrista e regista teatrale italiano, tra i più importanti dello spettacolo e della musica italiana del secondo dopoguerra.

Ha trasformato il palcoscenico in un luogo di ricerca, di coscienza e di libertà interiore.

Dopo gli esordi nella musica leggera, Gaber ha creato un linguaggio nuovo: il teatro-canzone. Un’arte fatta di parola, ironia, pensiero critico e un’intensa presenza scenica. Nei suoi spettacoli — da Il Grigio a Polli d’allevamento, fino all’indimenticabile La libertà — ha indagato le contraddizioni dell’uomo moderno, le illusioni della società dei consumi, il rapporto con la verità, la responsabilità personale, l’autenticità.

Con la sua voce gentile e tagliente, il Signor G ha accompagnato intere generazioni a guardarsi dentro senza sconti, ma con una profondissima umanità.
Resta, ancora oggi, un maestro scomodo e necessario: un artista che ha saputo farsi specchio, domanda, ferita e cura — tutto insieme.


Giorgio Gaber
Generatore Sacrale 4/6
Croce di incarnazione di angolo retto dell’Inaspettato

Il Disegno di chi vive la soddisfazione nel seguire il proprio potenziante Cammino di Bellezza, trovandosi inaspettatamente le opportunità di influenzare gli altri con l’affabulante saggezza del proprio esempio.

Non insegnate ai bambini (apri il link e lasciati attraversare da ispirazioni ed emozioni...)

https://youtu.be/jc0rGtSq-b8

“[…] La fine degli anni Sessanta era un periodo straordinario, carico di tensione, di voglia, al di là degli avvenimenti politici e non [politici], che conosciamo, e fare televisione era diventato dequalificante. Mi nauseava un po’ una certa formula, mi stavano strette le sue limitazioni di censura, di linguaggio, di espressività, e allora mi dissi, d’accordo, ho fatto questo lavoro e ho avuto successo, ma ora a questo successo vorrei porre delle condizioni. Mi sembrò che l’attività teatrale riacquistasse un senso alla luce del mio rifiuto di un certo narcisismo”.

– G. Harari, «Giorgio Gaber», Rockstar, gennaio 1993 –


“[…] Poi mi sono chiesto se [il] successo, la popolarità e il denaro che ne derivava dovessero condizionare la mia vita, le mie scelte. La risposta mi sembra risulti chiara: ho scoperto che il teatro mi era più congeniale, mi divertiva di più, mi permetteva un’espressione diretta, senza la mediazione del disco o di una telecamera frapposta tra l’artista e il suo pubblico. Le entrate erano sicuramente minori rispetto ai proventi derivanti dalla vendita dei dischi, ma guadagnavo abbastanza da non dover soffrire la scelta di campo. […] Rispetto al denaro, io penso che se si riesce a guadagnare una lira di più di quello che è necessario per vivere discretamente si è ricchi.”

C. Pino (a cura di), «Da Goganga al Dio Bambino», in Amico treno, Baldini & Castoldi, 1997 –

 


«La formula in un primo momento comprende solo canzoni, poiché ancora non recito, e piccoli interventi parlati che via via si trasformeranno in monologhi, dove si affronta un tema – la condizione schizoide piuttosto che la libertà obbligatoria, o la psicanalisi – come in uno spettacolo di prosa, sviluppato però attraverso canzoni e poi monologhi. Il mio approccio è già diverso da quello classico della musica leggera, che prevede che il pubblico venga a vedere uno spettacolo di canzoni che conosce già: da me si vengono a vedere canzoni che non si conoscono.»

– G. Harari, «Giorgio Gaber», Rockstar, gennaio 1993 –

Capii che potevo vivere così e che quella era la mia strada. Vivevo meglio. […] All'inizio ebbi un po' di paura, perché dopo i “pienoni” con Mina nessuno veniva più a vedermi. Però, nonostante lo choc, dentro di me sentivo che era giusto farlo.
[Io se fossi Dio] è uno sfogo personale di uno che non ne può più della politica, che si sta inserendo in tutti i settori della nostra esistenza, del grande presenzialismo dei politici […]. [Una] politica che entrava dappertutto e che usciva rafforzata dal delitto Moro, invece di venirne colpita. Le bandiere bianche e rosse in Piazza San Giovanni furono il momento dell'affermazione dei partiti, che da quel punto hanno dilagato in ogni settore del nostro vivere.
Fino al 1976 ho trovato molti stimoli, poi il resto mi è sembrato una ripetizione […]. C'è stata, nell'ultimo scorcio del decennio, un'involuzione di tutte le idee che lo avevano caratterizzato sin dalla fine dei Sessanta, da Marcuse alla Scuola di Francoforte in avanti, fino ai movimenti più appariscenti e più violenti, e forse di più grande risonanza.
Guardo molto dentro me stesso. Non è rabbia: è autoanalisi. Serve a farmi capire gli altri, ma serve anche a me per resistere all'omologazione imperante.
Non sono cattolico. Ma il mistero c'è, eccome, e io sono un uomo di fede. La fede, mi ha detto una volta un prete, è una ferita che ci portiamo dentro e che dobbiamo cercar di rimarginare, pur sapendo che ciò non accadrà mai. Mi sta bene.
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