Il “Lavoro su di Sé”. O no.

Nella Nuova Era è sempre più forte la chiamata all’Integrità: essere se stessi.

Ma è pur vero che questo potenziale aumento della consapevolezza è accompagnato – e determinato in risposta  – ad un aumento dell’inconsapevolezza nel dare potere decisionale alla mente.

Emergono sempre più strumenti, tecniche e conoscenze per il “Risveglio” ma questi “doni” facilmente conducono ad un più profondo “addormentamento” nel momento in cui sono approcciati e distorti con la mente identificata: quando è la personalità (Ego) che agisce e non il proprio Sé.

È sempre più diffuso il bisogno di fare un lavoro su di sé perché si è pressati dalla necessità di “migliorarsi”, evolvere, allinearsi… essere “più” sé stessi.
Suona molto nobile e accattivante fare un “lavoro su di Sé” ma spesso proprio il termine lavoro ci induce mentalmente e sottilmente il concetto di “fatica”, “sforzo”, “imposizione”.
Una distorsione come quella legata al sacrificio che in origine ha tutt’altro significato (sacrum facere: fare/operare il sacro) ma che nella mondanità è ormai degenerato in un concetto ben lontano dall’originale. Così è degenerato il termine “lavoro” che come scritto nella nostra Costituzione dovrebbe “nobilitare l’uomo” (nella manifestazione del suo proposito) ed invece ormai è quasi solo sinonimo di fatica, obbligo.
La mentalità strategica sempre più frenetica e competitiva sta da tempo trasferendo le sue modalità egoiche “imperialiste” dalla materia allo spirito.
Sicché quando ci si accorge della degenerazione portata dall’approccio materiale “orizzontale” si tende a voler cambiare nello spirito ma cadendo nell’errore di sforzarsi ad evolvere con la stessa mentalità camuffata da “lavoro su di sé”.

Sforzarci di raggiungere un obbiettivo, per quanto con i migliori propositi “spirituali” (in realtà mentali), conduce solo ad un inutile, controproducente accanimento terapeutico: in quanto lo sforzo è mosso dall’ego che si muove su un piano orizzontale e non dalla Volontà di Spirito che si muove su un piano verticale.

Non puoi sforzarti ad essere quello che sei.
Non puoi indurti a credere di essere qualcosa che non sei ma che la tua mente ambisce ad essere (per evitare il confronto con la propria – “dolorosa” – verità).
Non ha il minimo senso indurti il raggiungimento di una perfezione ideale basata non su Divine Leggi Naturali ma su regole culturali e sociali “umane”.

 

Sei “naturale” o “culturale”?
Vuoi essere naturalmente tu o culturalmente quello che credi (ti hanno imposto) di essere e ti sei auto-convinto di dover essere?
Le ambizioni a migliorarti e lavorare su di te… sono davvero tue? le senti autentiche? da dove nascono? dove le senti nel corpo?
Come si manifestano le resistenze e le difficoltà che senti nel tuo “lavoro su di te”?
Cosa credi ci sia da migliorare in te? Cosa ritieni utile per essere più te stesso?
Che giudizio hai su di te? Quale convinzione sta dietro quel giudizio? Qual è la paura che sta dietro quella convinzione?

 

Non c’è possibile “miglioramento” se il presupposto di fondo da cui parti è ritenere che ci sia qualcosa di sbagliato in te da migliorare. Se è questa la convinzione che ti motiva ogni tuo tentativo di migliorarti non ottiene altro scopo che rafforzare questa convinzione limitante e allontanarti da te stesso. Finendo per discreditare utili strumenti e opportunità in una continua ricerca dello strumento e opportunità “migliori”. In pratica sostituendo ‘carote’ su ‘carote’ che nell’illusione di raggiungere l’obiettivo ti portano dovunque tranne che al vero nutrimento.

Non c’è da sforzarti ad essere quello che sei né tanto meno a dover dare il tuo contributo o a cercare il modo migliore per farlo (che ti porta all’omologazione o alla follia).
Sforzo no. Impegno sì.
L’impegno che ci può mettere una ghianda a diventare una quercia e un pulcino a diventare una gallina.
Un naturale impegno che necessita semplicemente di ASCOLTO. Un ascolto interno di quello che ti suggerisce il tuo bio-veicolo che, nel sentito confronto con le limitazioni, è qui per stimolare e guidare la tua consapevolezza: il tuo “Risveglio”.
Non puoi voler cercare e determinare il tuo destino.
Il tuo destino c’è già. Va solo attuato.
Non ti devi sforzare ma arrendere. 
Accogliere quello che c’è e sei nell’assoluta perfezione di quello che c’è e sei.
Amore non è imposizione (auto-convincimento; separazione) ma accoglienza (integrazione; unione).

Prima di pensare a lavorare su di te. Fermati e ascoltati.

L’unico vero lavoro su di te te lo può ispirare il tuo bio-veicolo: la tua crescente consapevole relazione con lui, grazie a lui… con Te, grazie a Te.
Grazie a Tutto quello che c’è. Tutto: specie quello che dà più fastidio alla tua mente che ama e inneggia così tanto lo sforzo, il controllo e la complessità e non il perseverante impegno, l’arresa e la semplicità.
Se sei una banana cos’è più semplice e funzionale essere/fare per te?

Pazienza. Fiducia. Perseveranza.

Nella perseverante – amorevole – pratica della tua Strategia e Autorità (tecniche di risveglio “semplicemente” basate sul naturale ascolto e accoglienza di Sé).

SEI UNICO
NON HAI SCELTA
AMA TE STESSO (PER quello che sei, così COME sei)

Buon “lavoro”… non su di te ma CON Te, CON IL TUO SÉ.

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