La morte è un fine – non la fine!

“La visione della vecchiaia sarebbe insopportabile se non sapessimo che la nostra anima giunge in un luogo immune dall’alterazione del tempo e dalla limitazione dello spazio. In quel modo d’essere la nostra nascita è una morte e la nostra morte una nascita. I piatti della bilancia della totalità sono in equilibrio.”

La morte non è la fine di tutto, ma soltanto il traguardo dell’esistenza terrena a cui non si può sfuggire e dovrebbe essere vissuto senza alcun timore proprio per poter vivere pienamente il tempo concessoci. Nella fase finale della vita si aspira alla realizzazione totale e ciò sollecita un salto di consapevolezza; presa di coscienza e conoscenza di sé, sono l’essenza e il nocciolo di questo processo.
Quando il corpo fisico cessa di funzionare, è possibile che l’identità individuale sì ricongiunga alla psiche sovraindividuale, a quella totalità da cui siamo emersi e in cui eravamo immersi prima di farci pionieri di un’esperimento d’auto coscienza.
La psicologia analitica parla di una totalità psichica illuminata dalla coscienza (Sè), quale metà finale del processo di individuazione.
Entro questa totalità, l’Io, strumento del conscio e organo della coscienza, è destinato a dissolversi e questo è il nucleo vero dell’angoscia di morte.
L’Io non è una categoria psicologica permanente; sgorga dal Sè ed è destinato ad essere riassorbito nel Sè; la sua è una morte annunciata.

“Mi auguri ‘buon viaggio’, devo abbandonare tutto e intraprendere un viaggio importante”.

Carl G. Jung, Anima e morte –

L'Io non è una categoria psicologica permanente; sgorga dal Sè ed è destinato ad essere riassorbito nel Sè.
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