Saper morire come proposito di Vita

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Salve a tutti,
dalla sera del 25 alle prime ore del 31 ottobre il Sole lotta nell’esagramma 28: la Porta di chi rischia; la Preponderanza del Grande.
La porta del Giocatore d’azzardo.

Nell’ultimo transito (vedi transito precedente) concludevo parlando della responsabilità come «l’intelligenza del bio-veicolo che ci sa guidare con la naturale abilità di sapere rispondere a ciò che c’è. Momento per momento. Adesso. Questa è l’abilità/intelligenza che ci ha fatto sopravvivere finora e, con la nuova consapevolezza di Sé, quella che ci garantisce di Vivere da vivi e non più da non morti».
Riprendo questo concetto di saper vivere da vivi e non più da non morti portando l’attenzione ai tempi in cui stiamo vivendo dove, per quanto ormai sia assodato che nei paesi industrializzati non sia più un problema il morire di fame e che la sopravvivenza è fortemente garantita, pare che l’attenzione generale sia quella non tanto di vivere una vita appagata/appagante quanto di sforzarsi a prolungarla.
In questo senso non parliamo di una vita vissuta in amore PER la vita stessa ma di una vita “vissuta” (se così si può dire) con la paura della morte: il che in pratica è una non-vita, un’agonia mascherata, un’inferno con le sembianze di una sfilata.
Eppure questo è, per chi invece che viversi la vita cerca miseramente di prolungarla ed invece che viversi il momento si sforza di arrivare a fine mese o al massimo a fine giornata.
Questo è una dei temi principali portati dai transiti in questi giorni e, riguardo al “ciclo di paure” menzionato nei transiti precedenti, qui troviamo la madre di tutte le paure ovvero la paura della morte.
La paura della morte è ciò che – secondo la mente identificata – ci impedisce di vivere felici e spensierati e ci imprigiona nella misera esistenza di una vita mortale e per tanto limitata/limitante. Tuttavia questo è solo ciò che pensa/interpreta la mente con i suoi limiti (limiti dettati proprio dalla paura della morte). Per quanto possa sembrare paradossale per la nostra mente identificata, la morte che pare limitare la vita in realtà è proprio quella che ne conferisce il senso. In modo provocatorio – quanto vero – possiamo dire che non siamo qui per vivere (tanto meno per vivere per sempre come desidererebbe la mente) ma per imparare a morire. La vita – pienamente vissuta – altro non è che l’Arte di (saper) morire.
In quanto è nell’imparare a morire che possiamo trovare l’unica vera strada per imparare a vivere.
La morte, con i suoi limiti, è ciò che conferisce un profondo senso alle nostre vite.
Per quanto sia interpretata come la più grande delle “sfighe” umane in realtà è la più grande sfida evolutiva con cui l’uomo è chiamato a confrontarsi, con cui ciascuno di noi è chiamato a confrontarsi: Tu, Io, siamo chiamati a confrontarci.
La morte, “la Livella” (come la definiva Totò) che tanto la nostra mente teme e desidera allontanare se non eliminare, altro non è che lo specchio di un’altra nostra grande paura che è la paura del vuoto: il mistero, ciò che non conosciamo, ciò che non riusciamo a concepire e proprio per questo così tanto temiamo.
Il che a ben rifletterci è assurdo. Temiamo il vuoto quando in realtà siamo fatti di vuoto: l’universo, il nostro pianeta, il nostro corpo è fatto di atomi dove «oltre il 99,99% del volume dell’atomo non è occupato da alcuna particella e tra il nucleo e gli elettroni c’è semplicemente un volume infinitamente grande e vuoto». Siamo fatti di vuoto e abbiamo paura del vuoto, il vuoto che ci costituisce e ci circonda, in cui siamo costantemente immersi… come del resto la morte.
Da che nasciamo, volendo già dal concepimento, diciamo che iniziamo a vivere quando in realtà è da quel momento che la nostra “clessidra” si gira e stiamo iniziando a morire. Sicché da che siamo vivi la morte ci è sempre accanto, è sempre presente.
Che senso ha quindi temere qualcosa di così familiare, così intimo, così naturalmente fuso con la vita stessa?
Che senso ha subire la morte quando questa conferisce IL Senso alla vita?
E… come può la morte che è considerata dalla mentalità comune la fine della vita esserne il senso più profondo?
Queste sono domande, riflessioni sulla morte e la caducità della vita costituiscono i più antichi pensieri dell’uomo e da qui nascono tutte le religioni, le filosofie così come le scienze nonché tutto ciò che ha creato le nostre civiltà e il bisogno di creare comunità per far fronte a questo percepito “pericolo”.

Personalmente su questo tema della morte – sempre più “vivo” e pressante da che in questi anni abbiamo Plutone nella Porta 60 che riguarda la Limitazione (dove la limitazione massima è intesa appunto la morte) – la riflessione più bella e potenziante me l’ha data sinora il Silmarillion di Tolkien.
Confido prima o poi di approfondire questo tema magari con un video specifico ma qui mi limito a descrivere in estrema sintesi come la creazione di tutto l’universo chiamato Ëa, “il Mondo che È” sia stato generato dal dio Eru chiamato anche Ilúvatar (paragonabile al Dio Unico dei monoteisti) che creò Tutto attraverso una grande sinfonia (come spiegato bene in Human Design la mutazione, il potenziamento è un fenomeno acustico/vibrazionale) e in questa sua immensa sinfonia diede vita a Tutto compreso anche il “male” (altra grande riflessioni da fare in paragone alla cosmogonia cristiana dove Lucifero si ribella all’autorità di Dio mentre in questa visione il corrispondente di Lucifero, Melkor (da cui poi deriva Sauron), altro non sono che un emanazione dello stesso dio Ilúvatar e per tanto un’entità contemplata/voluta in quanto fondamentale per la vita stessa).
Nel proseguo della creazione infine il dio Eru Ilúvatar creo i suoi figli: dapprima gli elfi e poi gli uomini dando loro dei preziosi doni a caratterizzarne l’unicità.
Agli Elfi fu donato maggior splendore e resistenza offrendo loro il dono dell’immortalità. Mentre agli uomini, i suoi figli prediletti che grande ruolo avrebbero avuto nella Creazione, fu donato il dono più grande: la morte, la mortalità.
“E grazie al caxxo!” potrebbe commentare a questo punto qualche pensiero arguto ma non proprio nobile in merito a questo “grande dono” infuso da Dio.
A differenza degli elfi, gli uomini risentivano dello scorrere del tempo, divenivano preda della vecchiaia e infine morivano.
Eppure… eppure non a caso gli uomini sembrano essere i preferiti dal Dio e proprio a loro viene conferito il dono considerato “più grande”, perché da questo dono – la morte – dipende il libero arbitrio: il più grande atto d’amore possibile.
Eh sì, è così. È proprio il fatto che la vita degli uomini, la nostra vita, è limitata che abbiamo modo di potercela vivere, assaporare, conoscere in modo diverso, “esclusivo” rispetto ai “fratelli” elfi. Elfi e nani  quando muoiono (perché muoiono anche loro per quanto non assoggettati dal tempo come gli uomini) vanno nelle Aule di Mandos (mondo oltre la morte) ma… non si sa bene dove vadano a finire gli uomini (nel Silmarillion non è specificato). Si sa solo che gli uomini avranno una parte importante nella ricostruzione del mondo dopo l’Ultima Battaglia.
Gli uomini non sono eternamente legati ai destini della Terra di Mezzo come gli elfi e i nani e, come dice Aragorn in punto di morte (come potrebbe ben dire Brian Weiss), “oltre di essi vi è più dei ricordi”.

Tutto questo per ritornare alla grande importanza della morte nella nostra vita che, come magistralmente espresso nel Silmarillion, è in funzione del nostro proposito di vita ovvero della capacità di decidere della nostra vita: COME vivercela. [Non certo a caso questo tema segue il “precedente” sulla responsabilità].
Qui il focus è, a sua volta, il dono che ci fa il dono della morte ovvero il proposito di vita: scoprire, consapevolizzarci circa il senso della vita, della nostra esistenza.
Infatti l’esagramma 28 non ci porta la paura della morte di per sé quanto più la paura di morire senza un proposito, senza esserci realizzati nella vita.
La vita è una lotta, in questo mondo tutto è una continua lotta per sopravvivere e anche se ormai la sopravvivenza par essere garantita, la lotta si fa più che mai accentuata contro il Tempo. Il Tempo sta diventando il grande avversario (o divinità) in una società dove tutto si sta velocizzando e sembra non ci sia mai tempo a sufficienza… né per nascere e neanche per morire: in questa “civiltà” ci mettono fretta a nascere fin da subito con scelte di parti cesarei decisamente discutibili e ci mettono fretta anche a morire perché negli ospedali non ci sono sufficienti posti letto. Tralasciamo che se vuoi nascere in modo naturale il costo è elevato così come anche morire ha un costo non indifferente. Tutto è una lotta, tutto è un costo.
Ma… è davvero così?
Se tutto fosse solo questione di continuare a lottare per sopravvivere e lottare/lavorare/fare per pagare qualsiasi cosa… non ci sarebbe molto senso in questa vita. In realtà il senso c’è, eccome! Il senso sta nel proposito PER cui lottiamo che infine è amore a noi stessi, possibilità di renderci consapevoli dell’Esistenza, della Vita PER poterla riconoscere/riconoscerci e celebrarla/celebrarci.
Nel momento in cui siamo connessi ad un sentito proposito abbiamo la possibilità di sconfiggere la tirannia di Chronos, il Tempo.
Questo è il grande segreto: non cercare di evitare la morte (che è impossibile) ma dare senso alla vita, dare vita alla Vita!
Il punto non sta nello sforzo di prolungare il nostro tempo a disposizione cercando l’immortalità dai trattamenti anti-age, alla cibernetica, alla clonazione.
In ogni caso, come per gli elfi e i nani, non facciamo altro che prolungare l’esperienza di vita ma non possiamo garantirci l’assoluta immortalità in quanto tutto è transitorio… anche i pianeti e le stelle.
Fosse anche che riusciamo ad ottenere il tanto cercato elisir di lunga vita, riusciamo a bere dal Santo Graal, riusciamo a farci mordere da un vampiro… qual’è il senso di una vita secolare se non abbiamo un proposito per vivercela, se non abbiamo lo Spirito?
Se non c’è spirito e abbiamo l’immortalità attualmente non facciamo altro che fare l’upgrade da zombie a vampiro… un ben misero aggiornamento se parliamo di vera Gioia, Abbondanza, Estasi, Grazia, Bellezza… Spirito.

In questi giorni siamo invitati a lavorare sul proposito di vita: scoprire, conoscere, sentire cosa siamo qui a fare, PER COSA vivere e COME.

Per cosa vale la pena lottare? Per cosa vale la gioia di vivere?
Qual è il proposito con cui mi alzo la mattina e vado a letto la sera?
Sono appagato della mia vita? Mi sento potenziato nel mio lavoro, nelle mie relazioni, in come sto vivendo?
In questi giorni sorgono riflessioni sul valore della vita in relazione al limite dettato dalla morte che possiamo riscontrare con limiti economici, fisici, relazionali… ogni piccolo grande limite con cui siamo chiamati a confrontarci.
Come possiamo proseguire con tali paure?
Esattamente come abbiamo sempre fatto finora ma con – si spera – maggiore consapevolezza: ovvero fidandoci di noi, del nostro bio-veicolo.
Fidandoci della capacità intuitiva del nostro corpo, del nostro Spirito di saperci guidare verso Casa, l’Amore, il Vuoto da cui siamo nati e di cui siamo “Pieni”… il fonderci col Tutto.
La chiave, la vera chiave dell’immortalità e dell’eterna felicità è la TOTALITÀ!
A ben vedere il momento in cui riusciamo a sconfiggere il Tempo è il momento in cui siamo totali!
Totali in quello che facciamo e non possiamo che esserlo nell’Adesso.
Per questo abbiamo così bisogno del nostro corpo e temiamo per la sua incolumità. Perché proprio questo corpo nel suo esser mortale ci permette di essere come non mai nell’Adesso e poter accedere a quella Totalità che possono avere solo gli Dei: gli esseri immortali per eccellenza.
Noi possiamo essere simili agli dei, uguali a loro come da sempre abbiamo cercato di essere ma non ricercando qualcosa fuori di noi (l’elisir di lunga vita, il Sacro Graal, la pietra filosofale ecc.) il segreto sta nella totalità con cui viviamo la nostra vita momento per momento. Adesso.
E lo possiamo fare ben radicati nel nostro corpo e in un chiaro sentito proposito.
Assumendoci i rischi e le responsabilità che questa vita limitata comporta.
Una vita impreziosita, resa unica, proprio dalla sua effimera caducità che ci sprona alla totalità descritta da Orazio nella sua celebre espressione “carpe diem”: cogli l’attimo.

«Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero».
«Mentre parliamo il tempo è già in fuga, come se provasse invidia di noi: cogli l’attimo, sperando il meno possibile nel domani».

Cogli l’attimo tenendo presente la lezione impartita dall’esagramma 28 che ci parla della «La transitorietà del potere e dell’influenza». Nulla è per sempre: né il potere, né i soldi, né la bellezza, né la giovinezza. Goditi tutto senza attaccarti a nulla se non al tuo proposito di vita: l’integrità della tua unicità.
Quel che è fondamentale è avere chiarezza nel proprio proposito. Qualcosa che non può essere ragionato, calcolato, pensato bensì “sentito”.
Per quel che riguarda la conoscenza offerta da Human Design possiamo dire che a livello generico il proposito si attua in base al tuo bioveicolo:
se il tuo bio-veicolo è quello di un Manifestatore il tuo proposito è la Pace, la Libertà di manifestare la tua unicità/creatività;
se il tuo bio-veicolo è quello di un Generatore il tuo proposito è la Soddisfazione nel fare in risposta alla vita, a quello che c’è/attiri; la Soddisfazione e la Pace se si tratta di un Generatore Manifestante;
se il tuo bio-veicolo è quello di un Proiettore il tuo proposito sta nel dolce meritato successo di Essere Guida (innanzitutto per te stesso) in relazione all’altro;
se il tuo bio-veicolo è quello di un Riflettore il tuo proposito è di sorprenderti delle unicità/diversità che la vita offre.

Per l’individuo è fondamentale conoscere il suo proposito e come attuarlo altrimenti incontra enormi resistenze (rabbia, frustrazione, amarezza/risentimento, delusione).
Tante volte per paura finiamo col bloccarci e precluderci importanti esperienze oppure ci sbilanciamo e rischiamo avventatamente per sentirci vivi come modo di esorcizzare la paura. In nessuno di questi due casi stiamo onorando il nostro proposito.
Non dobbiamo temere le sfide, le difficoltà, i rischi ed i limiti che ci propongono la vita così come la morte (due facce della stessa medaglia).
Le sfide, le difficoltà, i rischi ed i limiti fanno parte del Gioco (un Gioco d’azzardo come suggerisce l’esagramma 28) e ci servono per evolvere.
Ciò che conta è viverci tutto questo in modo consapevole, esercitandoci nella pratica meccanica della nostra Strategia e Autorità che non ci può evitare le le sfide, le difficoltà, i rischi ed i limiti ma ci indica sempre COME VIVERCELI: in accordo alla nostra unicità.

Di grande aiuto in questa Grande Sfida sono di sicuro la Pazienza, la Fiducia e… lo spazio introspettivo e creativo offerto dalla Malinconia.
Una malinconia che possiamo sentire aleggiare in questi giorni e che se ci viene a trovare è da accogliere con reverenza (possibilmente con gioia) in quanto viene per aiutarci a saperci ritirare in noi stessi e chiarire il nostro proposito esistenziale.

Chi sono? Cosa sono qui a fare/essere?
PER COSA sento di lottare? COME? Con CHI? DOVE?

Non rimanere prigioniero della pigrizia, dell’inedia, degli automatismi della mente e delle sue paure… decidi responsabilmente, con coraggio di viverti la tua vita, di essere la migliore versione possibile di te stesso. Adesso.
Ricorda che come recita Charles Bukowski «bisogna morire un pò di volte per cominciare a vivere davvero».
Così come la nostra conterranea Caterina Caselli quando canta «non sarà facile ma sai si muore un po’ per poter vivere…»

Buon proseguimento ben radicato al tuo proposito.

Individualmente Insieme.

Ps. in immagine il Giuramento di Fëanor tratto dal Silmarillion.

Dopo che Melkor fugge con i Silmarill, Fëanor sollecita il suo popolo a non indugiare in Valinor, ma di partire alla volta della Terra di Mezzo a riprendere le gemme da lui create. In questo momento pronuncia un terribile giuramento per il nome di Ilúvatar, per il quale non avrebbero avuto pace fino al riconquista dei Silmarill. I suoi sette figli fecero identica promessa, e rosse come sangue balenarono le loro spade sguainate al lume delle torce.

 

 

La transitorietà del potere e dell'influenza.
- Porta 28, I Ching del Rave -
«Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero».
«Mentre parliamo il tempo è già in fuga, come se provasse invidia di noi: cogli l'attimo, sperando il meno possibile nel domani».
- Orazio -
Bisogna morire un pò di volte per cominciare a vivere davvero.
- Charles Bukowski -
Non sarà facile ma sai si muore un po' per poter vivere...
- Caterina Caselli -
Just Now 26.10.23
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